In Verità Vi Dico..e Niente.

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Qualche settimana fa, in un post di Bryn Oh pubblicato all’interno
del suo blog, che scrisse in occasione della pubblicazione di una tesi di laurea
canadese che la vedeva protagonista assieme ai mondi virtuali sulle reali o millantate
potenzialità nel campo dell’arte, ebbi l’onore -ed il piacere- di essere da lei citato
fra alcuni dei nomi più prestigiosi di SL come uno degli esempi di ‘veterani di talento’.
Inutile dire quanto la cosa mi renda orgoglioso e non mi stancherò mai di ringraziarla.
Il post, fra l’altro, le diede anche modo di esprimere alcune considerazioni
circa l’attuale condizione in cui versa l’universo artistico e creativo di Second Life.
Come è normale che sia, seguirono dei commenti.
Alcuni dei quali pubblicati da autentici protagonisti della scena artistica virtuale di SL,
che cercavano di dare la propria lettura della situazione condividendo e contrapponendo
esperienze vissute in prima persona. Fra tutti i contributi ce n’è stato uno
che mi ha visto coinvolto personalmente assieme alla mia amica Kicca Igaly,
amica e collega di una seconda vita intera. Sto parlando di quello postato da Rose Borchovski.
Rose, lamentava a Bryn una sostanziale diversità di ‘attenzione’ da parte dei visitatori
che giungevano alle installazioni della LEA per il 3° Artists in Residence, appena conclusosi,
rispetto ad altre che in maniera indefessa registravano invece sempre dei pienoni da capogiro.
E se ne domandava il perchè. Nel fare questo, prendeva ad esempio la nostra installazione,
mia e di Kicca, dal nome ‘DangerInEvolution‘ chiedendosi appunto
perchè mai non fosse costantemente presa d’assalto dai visitatori
giunti da ogni parte del metaverso a godere della sua bellezza.
Ringraziandola, risposi che avevo le idee piuttosto chiare a riguardo; idee a proposito
del perchè alcune cose in SL sembrano ‘funzionare’ meglio di altre. E questo mio post, ora,
rappresenta il tentativo di condividerle, sperando di renderle semplici e chiare per tutti.
Potrei parlare di come alcuni critici, direttori di magazines, bloggers, giornalisti,
galleristi, owners di sim, fotografi, machinima makers..un esercito intero insomma,
sembra seguire con attenzione morbosa solo alcuni dei nomi che forse garantiscono
una facile eco a quelle che sono le loro iniziative, o di come nei canali ufficiali
messi a disposizione dalla Linden Lab per la condivisione di quelle che sono le attività
e gli eventi proposti da noi resident, ad esempio la Destination Guide,
a volte accadono degli incidenti di percorso che portano posti a scomparire
per sempre al loro interno ed altri a scalare vette di classifiche sempre più vertiginose.
Ma sarebbe per lo meno ingenuo attribuire l’insuccesso del proprio lavoro
in termini di traffico e apprezzamento associandolo solo a queste variabili.
Ingenuo e profondamente ingeneroso nei confronti di quello che è l’impegno profuso.
Sono convinto che a decretare la buona riuscita -o meno- di una condivisione
apprezzata su larga scala siano altri fattori. Ma partiamo dall’inizio, ovvero:
dall’idea che si ha in SL dell’arte vissuta come esperienza immersiva.
Ora dirò qualcosa che farà storcere il naso ai più. Lo so per esperienza.
Credo davvero non ci sia nessuna reale differenza di percezione immersiva
fra il leggere un libro, il guardare un film, l’ascoltare un concerto, l’assistere
a una rappresentazione teatrale, il fare una visita guidata alla più vicina
pinacoteca o..a una installazione vissuta all’interno di un mondo virtuale come quello di SL.
Perchè davvero non esiste nessuna reale differenza nel mezzo utilizzato per giungere
e raggiungere lo scopo del nostro ‘intento artistico’ sempre che, beninteso, ce ne sia uno.
E questo -ci piaccia o no- dipende dal fatto che fondamentalmente siamo gli stessi
da migliaia di anni. Sia sotto l’aspetto biologico che sociale. Nelle dinamiche che regolano
il nostro rapportarci col mondo e con noi stessi. Stessi meccanismi di difesa e di attacco.
Stessi modelli comportamentali di integrazione o ghettizzazione dell’individuo all’interno
di un piccolo nucleo familiare, di un gruppo o di una comunità estesa.
Poco importa se questa comunità sia in carne ed ossa o in pixel, l’avete notato?
Stessa capacità di pensiero astratto. O sempre più spesso la più totale incapacità di astrazione.
Siamo arrivati a banalizzare e a confondere il concetto stesso di immersività
con quello dell’entrare fisicamente dentro qualcosa che ci può contenere per intero.
Il mezzo tecnologicamente più avanzato per esprimere oggi della creatività, ai nostri occhi,
ha lo stesso potere di fascinazione avuto dai primi graffiti rupestri.
Esseri elementari nell’illusione della complessità.
E gli elementi che ‘attraggono’ e ‘distraggono’ l’occhio e la mente sono da sempre
gli stessi anche loro. In genere siamo attratti dalle luci, dai colori, dai forti contrasti,
dai suoni, dal movimento. Da tutte quelle esperienze sensoriali che riportano
i pensieri all’universo rassicurante, semplice e primordiale dell’infanzia,
quella subito dopo la nascita o, in alcuni casi, addirittura precedente.
Alla luce di tutto questo ragionamento, alcune differenze ‘solo’
apparentemente incomprensibili o inspiegabili nel difficile compito di interpretare
umori e malumori del pubblico difronte a dei manufatti artistici, assumono una logica
e una coerenza, e purtroppo -mi verrebbe da dire- pochissime eccezioni
a conferma di ancora meno regole. Per ritornare agli interrogativi legittimi di Rose direi che:
nulla o poco importa se alcune dissonanze cromatiche presenti in alcuni lavori
sono miscelate con una cura maniacale al limite della ossessione.
Per essere sottolineate ed apprezzate su larga scala occorre sempre caricare
in maniera eccessiva e qualche volta volgare. Nulla o poco importa che in altri sia presente
una metrica ed una ritmica costruttiva che in immagini spesso si traduce
in una pregevole musicalità. Per essere goduta ed apprezzata su larga scala
deve potersi ascoltare solo all’orecchio. Nulla o poco importa che in altri ancora
l’esplosione del movimento è sublimata in ognuno dei singoli prim,
nei gruppi che ne compongono parte dei dettagli, fino ad arrivare, via via, in un crescendo
d’insieme quasi coreografico. Per essere accessibile ai più occorre che si muovano davvero
questi benedetti prim! Magari dopo averci cliccato su, così che anche l’aspetto giocoso
legato all’interattività -altro termine di cui si abusa da sempre – è pienamente appagato ^^
Ma di cosa stiamo parlando poi alla fine?
Potrei impegnarmi a fare diversamente per raggiungere un consenso maggiore?
Si, e forse dovrei.  Ma non lo farò. Perchè tradirei la mia natura.
Che è appunto quella di provare a fare sculture
ricche di cromatismi spesso con la quasi totale assenza di colore.
Ricche di musicalità con la quasi totale assenza di suoni.
E soprattutto, ricche di movimento, pur restandosene lì,
piantate ed immobili, a sfidare il buon senso.
Qualche volta anche il mio :°)